Dare un senso al proprio lavoro

Un giornalista aveva deciso di fare un’inchiesta in uno stabilimento713Uq4Ylx-L._AC_SX466_ aerospaziale dove si costruivano satelliti artificiali e soprattutto le parti di un’astronave destinata ad arrivare sul pianeta Marte. Il giornalista intervistò per primo un tecnico e gli chiese che significato aveva il suo lavoro. «Devo pagare un mutuo salatissimo» rispose il tecnico con una smorfia. Un ingegnere guardò il giornalista e disse: «È un lavoro come un altro, ma i turni non sono stressanti».
Prima di andarsene, un po’ deluso il giornalista si fermò accanto all’uomo delle pulizie che stava lavando il pavimento e, con un pizzico di ironia, gli chiese cosa significasse il suo lavoro. L’uomo si fermò, si raddrizzò e fieramente rispose: «Partecipo alla conquista dello spazio». Il giornalista lo guardò stupito e l’uomo continuò: «Il mio capo mi ha spiegato che se faccio bene il mio lavoro, se gli schermi dei computer sono perfetti ogni mattina, se gli uffici hanno un buon profumo, se tutto è perfettamente in ordine, gli ingegneri si sentiranno meglio, saranno più creativi e, grazie a me, l’uomo andrà più velocemente su Marte. In breve, sto partecipando alla conquista dello spazio».
Dare un senso al proprio lavoro, tutto qui!

L’Estate di San Martino

Si narra che in una giornata d’autunno il cavaliere Martino, uscendo dalle porte della città francese di Amiens, dove viveva, si accorse di un povero vecchio quasi nudo e infreddolito. Davanti a tale povertà, Martino prese la sua spada e tagliò il suo caldo mantello di lana per donarlo al poveretto. Il sole a quel punto si mise a scaldare come in estate. grazie al gesto di generosità di San Martino, le temperature diventarono miti per tre giorni. La notte, in sogno, Gesù gli fece visita e gli riportò il pezzo mancante del suo mantello. Al risveglio, il mantello era nuovamente intatto. A seguito di questo episodio, Martino decise di farsi battezzare e poi di lasciare l’esercito.

E da allora, ogni anno, nei giorni intorno all’undici novembre, c’è una tregua dal freddo e le temperature si alzano. “L’estate di San Martino dura tre giorni e un pochino”…

Il Topo “Istruito”

C’era una volta un  Topo che  viveva in una biblioteca e amava tanto l’istruzione al punto che si mangiava due interi libri al giorno.
Un giorno  trovò in un libro l’immagine di un grosso Gatto, e per niente impaurito, subito la divorò. topo_gatti
Mentre sonnecchiava e digeriva tranquillamente, convinto di aver distrutto per sempre  il suo acerrimo nemico, un Gatto in carne e ossa gli saltò addosso e ne fece due bocconi.
Il Gatto tra un boccone e l’altro, però, si fermò per dire: “Topolino mio, bisognava studiare anche dal vero”. (G.Rodari)
Studiare non serve solo per conoscere il mondo che ci circonda ma anche per interagire con lui facendolo diventare più bello e più buono.
In questo mondo pieno di ingiustizie sociali la buona cultura può contribuire a migliorarlo.

Il Masso

In tempi antichi un re fece collocare una pietra enorme in mezzo ad una strada. 2465242-e1518618705701Quindi, nascondendosi, si mise ad osservare per vedere se qualcuno si prendeva la briga di togliere la grande roccia in mezzo alla strada.
Alcuni mercanti ed altri sudditi molto ricchi passarono di lì e si limitarono a girare attorno alla pietra. Alcuni persino protestarono contro il Re dicendo che non manteneva le strade pulite, ma nessuno di loro provó a muovere la pietra di lì.
Ad un certo punto passò un campagnolo con un grosso carico di verdure sulle spalle; avvicinandosi all’immensa roccia poggiò il carico sul lato della strada tentando di muovere la roccia.
Dopo molta fatica e sudore riuscì finalmente a muovere la pietra spostandola sul bordo della strada. Tornò indietro a prendere il suo carico e notò che c’era una piccola borsa nel luogo in cui prima stava la pietra.
La borsa conteneva molte monete d’oro e una lettera scritta dal Re che diceva che quell’oro era per la persona che avesse rimosso la pietra dalla strada.
Il campagnolo imparò quello che molti di noi neanche comprendono: “Tutti gli ostacoli sono una opportunità per migliorare la nostra condizione”

Cuore di mamma

Dal poemetto intitolato “Madre” di Pascoli:
Quella sera Glauco, ebbro di odio, percosse la sua santa madre. Il cuore della donna, afflitto da tale onta, non resse e si spezzo. Subito un angelo venne dal cielo, prese quell’anima e la portó in alto, dove c’è più amore, più luce, più Dio. Quivi la immerse nel fiume Leté, onde farle dimenticare le percosse e gli oltraggi del figlio.
Morì anche Glauco, quando sulla tomba della mamma erano già alte le stelle, e l’anima sua precipitò nel cupo Tartaro.
Laggiù, nell’oscurità, sbattuto tra le rocce, travolto dalle onde, inghiottito dai gorghi, egli sentiva passare accanto a se altre anime disgraziate che piangevano.
Un flutto rapinoso sbocciò dalla roccia e ghermì l’anima di Glauco. Dinnanzi a sé egli vide il baratro profondo e, atterrito, gridò: <<Madre che offesi, madre che percossi e feci piangere, madre che uccisi….Si, io t’ho percosso, ma ora guarda con quanta forza l’onda mi lacera contro le rocce. Che buio laggiù! Che grida! Mamma, abbi pietà del figlio tuo! Perdonami! Se tu lasci che io salga, ti prometto che sarò buono. Ma fà presto perché l’acqua già mi inghiotte e mi porta via…>>
Un’ondata violenta lo staccó dalla roccia e lo travolse giú nella palude “del pianto vano”.
La madre, che era lassù dove c’è più amore, più luce, più Dio, tese l’orecchio e, nonostante la distanza infinita percepì quel debolissimo gridò. L’angelo, per distrarla, la rituffó nel fiume Leté. Ella bevve dell’acqua della dimenticanza, ma le lacrime si mescolarono alla corrente e ne resero vano l’ effetto.
<<Io sento che mio figlio piange: portami da lui….. Finché egli piange non sarò felice>>.
E l’angelo la portó nell’oscura palude, dove Glauco ancora implorava. Ella gli si avvicinò e, stringendolo al seno: <<Oh, si – disse – mia creatura, perdonami; non feci apposta a morire; leggera fu la tua percossa. Vieni su, ora saremo felici>>.

I NAUFRAGHI

Sei persone naufraghe, si ritrovarono in una gelida notte su un’isola deserta, ciascuna con un pezzo di legno in mano.
Non c’è altra legna sull’isola, ma solo un piccolo fuoco che muore lentamente per mancanza di legna e il freddo che si fa sempre più insopportabile.
La prima persona era una donna, ma aveva di fronte un immigrato dalla pelle scura. Disse tra se: “Perché consumare il mio legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane e lavoro?”
L’uomo che gli stava di fianco vide uno che non era del suo partito. Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un avversario politico.
La terza persona era povera e vestita malamente. Il suo vicino era certamente ricco. Perché doveva usare il suo legno per un ozioso riccone?
Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle sue ville, alle sue automobili e al sostanzioso conto in banca. Le batterie del suo telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno a tutti i costi e non consumarlo per gli altri.
L’immigrato sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano. Non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco. Era arrivato il momento della vendetta.
L’ultimo membro di quel gruppetto era un tipo riservato e diffidente. Non faceva nulla se non per profitto. Me lo devono pagare caro questo pezzo di legno, pensava.
Bene, li trovarono così  il mattino seguente, con i pezzi di legno stretti nei pugni, immobili e morti per assideramento.
Non erano morti per il freddo della notte, erano morti per il freddo del cuore.

Tutti i giorni di certo assistiamo a fuochi che si spengono lentamente. Sicuramente in mano abbiamo un pezzo di legno per continuare ad alimentarlo, ma siamo davvero disposti a farlo?

LA STORIA DEL BRUCO E DELLA FARFALLA

bruco-farfallaUn piccolo bruco camminava verso una grande montagna. Lungo la strada incontrò una coccinella che gli chiese: “dove vai”? Il bruco rispose: “ieri ho fatto un sogno nel quale mi trovavo sulla cima di una montagna e da lì potevo vedere tutta la valle. Oggi voglio realizzare il mio sogno”.
Sorpresa, la coccinella gli disse: “devi essere pazzo! Tu sei solo un piccolo bruco. Per te, un sassolino sarà una montagna, una pozzanghera sarà un mare e ogni cespuglio sarà una barriera impossibile da oltrepassare”. Ma il piccolo bruco era già lontano e non la sentì.
Incontrò poi un coniglio: “Dove vai con tanto sforzo?”. Il piccolo bruco rispose: “Ieri sera ho fatto un sogno, ho sognato di essere sulla cima della montagna e da lì potevo ammirare tutta la valle. Mi è piaciuto quello che ho visto e oggi voglio realizzare il mio sogno”.
Il coniglio si mise a ridere e disse: “nemmeno io, con le mie grandi zampe e i miei grandi salti, affronterei un’impresa così difficile”. E, ridendo, rimase a osservare il piccolo bruco mentre procedeva per la sua strada.
La stessa cosa accadde con la rana, la talpa e il topo. Tutti gli consigliarono di fermarsi, dicendo: “non arriverai mai…!”.
Ma il piccolo bruco, determinato e coraggioso, continuò a camminare. Stremato e senza forze, ad un tratto decise di fermarsi a riposare. Con un ultimo sforzo si preparò un posto per dormire quella notte. “Così mi sentirò meglio” disse il piccolo bruco. Ma morì!
Per giorni, gli animali si avvicinarono a vedere i suoi resti. Lì c’era l’animale più pazzo del mondo, lì c’era l’ultimo rifugio di un piccolo bruco morto per aver inseguito un sogno.
All’improvviso però quel bocciolo grigiastro, si ruppe. Comparvero due occhioni, due antenne e due bellissime ali dai colori stupendi. Era una farfalla!
Gli animali restarono senza parole, meravigliati da quella stupenda creatura che in un istante prese il volo e raggiunse la cima della montagna. Il sogno del bruco, diventato farfalla, si realizzò.
Il sogno per il quale aveva vissuto, per il quale aveva lottato, era finalmente diventato realtà.

 

Tratto da un piccolo opuscolo distribuito dalla Lega del Filo d’Oro.

Il segreto della Felicità

“… un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.
Invece di trovare un sant’uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un’attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c’era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.
Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.
Nel frattempo, voglio chiederti un favore, concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d’olio. Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l’olio.
Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.
Allora, gli domandò questi, hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?’
Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d’olio che il Saggio gli aveva affidato.
Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo, disse il Saggio. Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.
Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d’arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d’arte disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.
Ma dove sono le due gocce d’olio che ti ho affidato? domandò il Saggio.
Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.
Ebbene, questo è l’unico consiglio che ho da darti, concluse il più Saggio dei saggi.
Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”

Di Paulo Coelho
Tratto da: L’Alchimista – Casa editrice BOMPIANI

La rana distratta

C’era una volta una rana che saltellava lieta tra fossi, risaie e fresche foglie di ninfea. Inseguendo un paio di ronzanti insetti volanti, arrivò balzo dopo balzo nell’aia di un cascinale. In un angolo discreto e riparato, la rana curiosa scoprì un pentolone. Saltò sull’orlo e vide che era pieno di acqua limpida e fresca.
«Una magnifica piscina tutta per me!» pensò.
Si tuffò con una elegante piroetta e, alternando tutti gli stili di nuoto in cui eccelleva, cominciò a sguazzare allegra e spensierata.
Ma una mano distratta accese il fuoco sotto la pentola. L’acqua si riscaldò pian piano. Presto divenne tiepida. La rana trovò la situazione piacevole: «Di bene in meglio! La piscina è riscaldata» e continuò a nuotare.
La temperatura cominciò a salire.
L’acqua era calda, un po’ più calda di quanto piacesse alla rana, ma per il momento non se ne preoccupava più di tanto, soprattutto perché il calore tendeva a stancarla e stordirla.
L’acqua ora era davvero calda. La rana cominciò a trovarla sgradevole ma era talmente indebolita che sopportava, si sforzava di adattarsi e non fece nulla.
La temperatura dell’acqua continuò a salire progressivamente, senza bruschi cambiamenti, fino al momento in cui la rana finì per cuocere e morire senza mai essersi tirata fuori dalla pentola.
Immersa di colpo in una pentola d’acqua a cinquanta gradi, la stessa rana sarebbe schizzata fuori con un salutare salto da record olimpico.
Di questi tempi, la temperatura della stupidità sta pericolosamente aumentando. fuori finché siamo in tempo. Per farla breve: non c’è alternativa: o bolliti o pensanti!

(tratto da il Bollettino Salesiano)